27 Ago Licenziamento per giusta causa: quando avviene?
Parlare di licenziamento è sempre difficile, che tu sia un dipendente o un imprenditore. Alcune circostanze portano ad epiloghi senza ritorno, ma non sempre sono chiari i confini tra il licenziamento e la continuazione del rapporto lavorativo.
Nel nostro lavoro, conosciamo bene le difficoltà di comprendere quando il licenziamento sia davvero necessario e consentito. La legge prevede alcune casistiche in cui esso è lecito, anche per i contratti a tempo indeterminato.
Per fare chiarezza, però, serve partire da capo: capiamo insieme quando si può licenziare, cosa significa “giusta causa” e quali sono i motivi per il licenziamento per giusta causa.
Quando si può licenziare un dipendente
Un contratto di lavoro vincola datore e dipendente. Come quest’ultimo può decidere di lasciare il posto lavorativo, anche l’azienda ha la facoltà di licenziare, rispettando però dei limiti di legge.
Nel nostro Paese il licenziamento è lecito se fondato su valide ragioni, mai individuali.
Per racchiudere queste motivazioni sono stati individuati due grandi filoni: il licenziamento disciplinare e il licenziamento per giustificato motivo oggettivo.
Partiamo dal licenziamento disciplinare. Come dice il nome, la motivazione dipende in questo caso dal comportamento del lavoratore. Tra le varie casistiche possibili rientrano la violazione del contratto, azioni illegali o danni all’azienda.
In questa categoria si distinguono nello specifico due tipologie di licenziamento, quello per giusta causa – con interruzione immediata del rapporto – e quello per giustificato motivo soggettivo – in cui è richiesto comunque un periodo di preavviso.
Il secondo caso riguarda invece il licenziamento per giustificato motivo oggettivo. Qui non c’entra nulla il comportamento del singolo lavoratore, quanto invece fattori esterni che determinano la fine del rapporto lavorativo con l’azienda. Parliamo ad esempio di crisi finanziarie, chiusure di reparti interni, tagli al personale o esternalizzazione di alcune mansioni.
In sostanza, quando l’impresa è oggettivamente impossibilitata a rispettare il contratto in essere con il dipendente, può ricorrere al licenziamento per giustificato motivo oggettivo, previa verifica di un possibile ricollocamento della risorsa in altri reparti o con nuove mansioni.
Quando si parla di “giusta causa”
Come abbiamo appena visto, il licenziamento per giusta causa rientra nel caso di provvedimento disciplinare. Solitamente il datore di lavoro ricorre a questa soluzione quando il rapporto deve interrompersi immediatamente perché non ci sono i presupposti per continuare nemmeno un giorno in più. Proprio per questa urgenza, non è previsto un preavviso.
Definire esattamente cosa significhi in concreto “giusta causa”, però, non è facile. Nemmeno il Codice Civile ci viene in aiuto: l’articolo 2119 riporta solo una definizione generica che non individua casistiche precise.
Per aiutarti a definire meglio il concetto di licenziamento per giusta causa possiamo dire che i casi più comuni riguardano condotte dolose da parte del lavoratore nei confronti dell’azienda, oppure azioni colpose, non per forza intenzionali ma con un grave impatto sul contesto lavorativo e aziendale. Si possono citare comunque anche le inadempienze contrattuali e comportamenti che hanno riflessi negativi importanti sull’intero ambiente lavorativo.
Chiaramente tutto ciò deve essere provato e verificato. Ciò che determina il licenziamento per giusta causa, infatti, riguarda per la maggior parte dei casi la gravità del comportamento tenuto. Se questo ha rotto irrimediabilmente il rapporto tra lavoratore e datore, allora si può parlare propriamente di “giusta causa” in caso di licenziamento in tronco.
I motivi del licenziamento per giusta causa
Eccoci arrivati al punto clou di questo tema: quali sono le motivazioni per le quali un datore di lavoro può licenziare per giusta causa?
Abbiamo già detto che non ci sono regole definite, ma dalle passate sentenze della Cassazione si può arrivare a una sintesi esaustiva. Le motivazioni principali che concorrono al licenziamento per giusta causa sono 5:
- l’intenzionalità dell’azione e la sua intensità. Un’azione tesa a creare danno è più grave se svolta con consapevolezza;
- la gravità delle conseguenze per l’azienda. Avrà più peso quel comportamento che determina una perdita maggiore per l’impresa, in termini lavorativi ed economici;
- il grado di responsabilità della mansione. I dipendenti con ruoli importanti possono arrecare più danno all’azienda con comportamenti errati;
- la natura e il tipo di rapporto lavorativo. In base al vincolo lavorativo tra le parti, comportamenti errati possono essere giudicati più o meno gravi;
- la presenza di altri richiami. Chi persevera in azioni lesive per l’azienda è più a rischio.
Da questi cinque capisaldi abbiamo dedotto alcuni esempi che possono aiutarti a capire più nel concreto quali sono le motivazioni che possono portare a un licenziamento per giusta causa.
In caso di lavori adibiti alla sicurezza, l’abbandono del posto di lavoro è uno dei motivi principali che possono portare al licenziamento, come anche l’assenza ingiustificata per diversi giorni se questo causa gravi danni. Anche la presentazione di documenti falsi (come certificati medici o dichiarazioni ai fini legali) è un comportamento grave che può ledere irrimediabilmente il rapporto con il datore di lavoro, come anche la violazione del patto di non concorrenza, che lega il lavoratore all’azienda senza possibilità di svolgere un’altra attività concorrenziale.
Molte delle motivazioni legate al licenziamento per giusta causa riguardano un utilizzo scorretto della malattia riconosciuta dal datore di lavoro. L’utilizzo di questo tempo, ad esempio, per lavorare per un’altra azienda è ritenuto una scorrettezza inaccettabile che può sfociare nel licenziamento per giusta causa.
Infine citiamo anche comportamenti di insurrezione, resi ancora più gravi se accompagnati da reazioni fisiche e verbali contro colleghi, superiori o clienti.
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